Certi scontri non si vedono in campo, non finiscono sui tabellini, non hanno un arbitro che fischia. Eppure sono quelli che decidono davvero come funziona il calcio italiano. La storia tra Giovanni Malagò e Gabriele Abete è esattamente questo tipo di battaglia, quella che si combatte nei corridoi, nelle riunioni a porte chiuse, nelle dichiarazioni calibrate al millimetro.
Due mondi che si scontrano
Malagò è il presidente del CONI. Abete è il numero uno della Lega di Serie B e figura di riferimento nel panorama federale. Due uomini con visioni diverse, con ambizioni diverse, con reti di relazioni costruite in anni di navigazione nel mondo dello sport istituzionale italiano. Il tipo di personaggi che sorridono nelle foto ufficiali e poi si combattono ferocemente appena le telecamere si spengono.
Il retroscena che emerge racconta di tensioni profonde sulla governance del calcio italiano, su chi debba avere l’ultima parola nelle decisioni che contano davvero. Non è una novità, in fondo. Il calcio italiano è sempre stato un campo di battaglia politica oltre che sportiva, con federazioni, leghe e enti che si sovrappongono e si osteggiano.
La posta in gioco
Beh, di cosa si sta parlando concretamente? Praticamente il nodo centrale riguarda i futuri assetti della FIGC, la Federazione Italiana Giuoco Calcio. Chi la guiderà, con quale mandato, con quale visione. Una partita di potere che vale moltissimo, perché chi controlla la FIGC controlla i flussi economici, le nomine, le regole del gioco.
Malagò, dal suo ruolo al CONI, ha interesse a mantenere una certa influenza sulle federazioni sportive affiliate. Abete, dal canto suo, ha costruito negli anni una rete di consensi all’interno del mondo calcistico che gli consente di muoversi con una certa autonomia. I due si rispettano, probabilmente. Ma si rispettano nel modo in cui si rispettano due giocatori di scacchi di alto livello: riconoscendo le capacità dell’avversario mentre cercano di batterlo.
Secondo me questa è la dinamica più onesta con cui leggere la vicenda. Non una storia di buoni e cattivi, ma di interessi legittimi che confliggono.
I retroscena che emergono
Le ricostruzioni giornalistiche parlano di incontri riservati, di intermediari, di messaggi passati attraverso canali non ufficiali. Il classico teatro del potere all’italiana, con i suoi rituali quasi medievali. C’è chi sostiene che Abete stia lavorando per posizionarsi in vista di future elezioni federali, chi invece vede in Malagò la regia di un disegno più ampio per riformare il calcio italiano dall’alto.
La verità, come spesso accade in questi casi, probabilmente è più banale e più complicata allo stesso tempo. Banale perché di tratta di ambizioni personali che si travestono da interesse collettivo. Complicata perché le strutture istituzionali dello sport italiano sono un labirinto in cui è facile perdersi.
Nel frattempo il calcio giocato regala storie belle, come il debutto di Louis Buffon in Coppa Italia con il Torino contro il Pisa, che ricorda come certe tradizioni familiari nel calcio abbiano qualcosa di speciale e commovente.
Il calcio italiano ha bisogno di altro
Però, e questo è il punto che mi preme sottolineare, mentre Malagò e Abete si studiano e si fronteggiano, il calcio italiano accumula ritardi enormi. Ritardi sulle infrastrutture, sui vivai, sulla sostenibilità finanziaria dei club, sulla formazione degli allenatori. Problemi reali che non si risolvono cambiando chi siede sulla poltrona più alta.
Il duello al vertice assorbe energie, attenzione mediatica, risorse politiche. E nel frattempo la Serie A perde terreno rispetto alla Premier League, alla Liga, alla Bundesliga. Non è un caso, è la conseguenza di un sistema che troppo spesso guarda a se stesso invece di guardare fuori.
Forse servirebbe meno guerra di posizione e più visione condivisa. Ma chiederlo al calcio italiano sembra, purtroppo, una di quelle cose romantiche che difficilmente diventano realtà.
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